Uno Sguardo sulla Gestione dei Rifiuti Urbani nelle Regioni Italiane

Che la gestione dei rifiuti in Italia sia un tema delicato è ormai chiaro da diversi anni, infatti ciclicamente vengono riportati dai mezzi di informazione scandali più o meno evidenziati di mala gestione o corruzione. E’ forse su questa onda che l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (AGCM) ha chiuso nel 2016 un’indagine conoscitiva sul “mercato della gestione dei rifiuti solidi urbani”. Approfondendo in particolare quanto riportato nel capitolo 2 “L’organizzazione della gestione dei rifiuti urbani nelle Regioni Italiane”, il quadro che ne è emerso non è propriamente idilliaco. Cercherò di riassumerlo per sommi capi stimolando nel lettore la curiosità di leggere il testo integrale disponibile on-line. (1)

 

Per gestire i rifiuti sono stati creati a livello regionale degli Ambiti Territoriali Ottimali (ATO), questi possono essere più di uno per regione ed avere una estensione territoriale variabile. Volendo fotografare la situazione nazionale, salvo casi particolari, al Nord si punta tendenzialmente ad ATO unici, mentre al Centro-Sud si punta ad avere più ATO per favorire quindi un servizio a portata di cittadino con strutture sovra comunali; inoltre queste strutture sono ulteriormente spezzettate a seconda delle necessità. Nel Testo Unico Ambiente (TUA) è abbastanza chiara l’intenzione di estendere “orizzontalmente” il servizio di raccolta ad aree più grandi rispetto al passato, ma non è altrettanto chiara l’intenzione di estendere il servizio anche “verticalmente” fino al trattamento, conferimento in discarica e al recupero dei materiali. Salvo poi definire che l’estensione “verticale” sarebbe sostenibile solo se ci fosse una riduzione dei costi al cittadino.

 

Nelle intenzioni di chi ha pensato questo tipo di gestione, l’estensione ad una maggior area di intervento orizzontale obbligherebbe i gestori ad una crescita dimensionale, aumentando la concorrenza e diminuendo il costo del servizio. Ma di fatto si rischia di favorire la creazione di ditte sempre più grosse, limitando quindi da un lato la concorrenza sul mercato a quelle poche ditte che sono in grado di gestire tali volumi e dall’altro la conseguente diminuzione del numero di operatori piccoli e la loro subordinazione ai grandi per la gestione di piccoli lavori. Mentre sull’integrabilità verticale (l’aggiunta del trattamento, ecc…) si ammette che c’è il rischio di uno scombussolamento degli equilibri di mercato in quanto si creerebbero delle differenze di prezzi tra le ditte che fanno solo raccolta e altre che fanno anche il trattamento.

 

Sono inoltre evidenziati molti conflitti di interesse reali e potenziali tra le ATO che affidano il servizio e i soggetti affidatari del servizio stesso, specialmente in presenza di ditte cosiddette in-house (2), ed in particolare:

  1. Nel consiglio delle ATO sono presenti Sindaci che in alcuni casi sono anche soci delle ditte che andranno ad eseguire il servizio.
  2. Potenziali favoritismi verso le aziende in-house a partecipazione pubblica a sfavore di altre aziende private, nell’affidamento del servizio da parte delle ATO.
  3. Dubbi di terzietà nei procedimenti di gara con procedura competitiva, tra ATO e aziende per gli stessi motivi di cui al punto precedente.
  4. I problemi di conflitto di interesse tra il regolatore ATO e la ditta aggiudicataria (anche in house), potrebbero spingersi a influenzare le attività di controllo della stessa ATO sulla qualità del servizio fornito dalla ditta.
  5. I problemi di conflitto di interesse tra il regolatore ATO e la ditta aggiudicataria (anche in house), potrebbero spingersi a influenzare le attività di controllo del PEF (piano economico finanziario), da cui dipende la tariffa posta a carico dei cittadini.

 

Per quanto riguarda le modalità e durata degli affidamenti, sembra non risultino grosse differenze di tempistiche di affidamento del servizio. Anche se si evidenziano grosse differenze di tempo per gli incarichi dai 6 anni ai 20 anni, con gli affidamenti in-house che prevedono mediamente tempistiche più lunghe. Sembra però, come già anticipato al punto 3, che il ricorso all’in-house causi l’assenza di un confronto competitivo.

 

L’altro grosso nodo è l’assimilazione di rifiuti speciali a urbani in quanto influisce notevolmente sulle tariffe. Chiaramente più grande è la fetta di rifiuti speciali assimilati, più lavoro viene tolto alle ditte di smaltimento private. Creando quindi degli evidenti problemi di concorrenza tra pubblico e privato. I criteri qualitativi e quantitativi per l’assimilazione di rifiuti speciali a urbani è di competenza statale, ma lo stato non si è mai espresso per cui i comuni hanno sempre gestito la questione facendo riferimento a due DPR il 915/1982 e il 158/1999. Le disposizioni comunali in genere rispecchiano qualitativamente quanto indicato dai decreti, mentre quantitativamente vengono assunti limiti diversi. I differenti valori di rifiuti speciali assimilati, da comune a comune possono essere dovuti al fatto che quando sono stati stabiliti non esistevano limiti di differenziata da raggiungere, mentre successivamente con l’introduzione dei limiti di RD hanno assunto un doppio valore, in quanto la maggior parte dei rifiuti speciali sono facilmente differenziabili perché poco contaminati da organico e presumibilmente vengono usati per alzare la percentuale di raccolta differenziata effettuata.

 

Articolo di: Manuele Nesti per Commissione Agricoltura e Ambiente

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