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Diario di un fotografo nell’alluvione del Secchia – 1° parte

alluvione30110IL FIUME ROMPE L’ARGINE, LA BASSA SI ALLAGA.

E’ l’alba del 19 Gennaio, piove da giorni, il fiume si gonfia e l’argine, all’altezza della località San Matteo, si spacca. Un mare di fango si riversa sulla pianura, in poche ore vengono sommersi almeno 2500 ettari di terreno.

L’acqua investe 1800 capannoni artigianali, 110 aziende agricole, alcune delle quali allevano suini, bovini, equini ed animali di bassa corte, le colture di cereali e quelle arboree, nello specifico la vite e il pero, punte di diamante della produzione agroalimentare della zona, non sono risparmiate dal fango pieno di detriti che come un magma ingloba ogni cosa, i paesi di Bastiglia, Bomporto e molte delle loro frazioni limitrofe vengono sommersi, con un grave bilancio di almeno 1000 sfollati ed un disperso.

I danni sono stimati per almeno 400 milioni di euro.

 

UNA TRAGEDIA ANNUNCIATA.

Sono le 8.00 del mattino e mi trovo  in località San Matteo, un gruppo di case sparse fra due ponti, quello fatto di pilastri di cemento armato della TAV e il passo dell’Uccellino.

Avevo ricevuto una telefonata dal giornale per cui lavoro una mezzora prima, la cronista era stata vaga, sapeva solo che il fiume aveva straripato e voleva che “volassi” il più rapidamente possibile in zona.

Dopo circa trenta metri dal ponte TAV, la strada, il Canaletto, è interrotta da un’auto della polizia municipale parcheggiata a pettine fra i due sensi di marcia, due vigili urbani preoccupati e confusi cercano di tenere un atteggiamento distaccato davanti ad una trentina di abitanti della zona che hanno dovuto lasciare in fretta e furia le loro case; sono per di più contadini, osservano l’acqua che lentamente si affretta ad espandersi sui campi, dai loro volti traspare preoccupazione e usano parole dure contro i due agenti e contro il sindaco di Modena, Giorgio Pighi, che dopo aver fatto una breve apparizione davanti alle macchine fotografiche si è chiuso in macchina con alcuni collaboratori una quarantina di metri più indietro.

Sono in tre, hanno il viso cupo e stanno in silenzio mentre il primo cittadino tiene ben appoggiato all’orecchio uno smartphone.

Mi avvicino e li fotografo, il sindaco abbassa il finestrino dell’auto e tutti si sforzano di nascondere la loro inadeguatezza con una maschera di serenità, ma gli riesce male, li ringrazio e torno verso il limes tracciato dalla Fiat Punto della Municipale, chiedo di poter raggiungere la zona in cui l’argine si è rotto ma mi viene vietato, così decido di continuare a fotografare quella situazione; dopo poco, molte delle persone presenti si avvicinano a me, lasciando uscire tutta la rabbia per quella che definiscono una tragedia annunciata.

Continuo a scattare, cercando di accogliere come posso tutta la loro disperazione, ma non è facile, non hanno voglia di essere cortesi, di essere educati, perché da ormai due anni segnalano all’AIPO, (l’ente preposto alla tutela e manutenzione dei fiumi) la fragilità dell’argine, oltre all’apertura di molti fontanazzi e la mancanza della dovuta manutenzione al terrapieno.

I contadini ci tengono a sottolineare, quasi urlando, che vengono multati se di loro iniziativa puliscono l’argine; l’argine di un fiume, il Secchia, che non viene dragato da anni, e che ad ogni inverno, ad ogni perturbazione, rischia di esondare.

“Fermo restando che non è che chiunque si possa mettere a pulire il fiume o l’argine come gli pare, qui il problema è che nessuno lo fa e questo è il risultato” mi dicono.

Rimango con loro ancora una mezzora, poi decido di tornare indietro per seguire il percorso della TAV che taglia la campagna, così da arrivare sull’argine.

 

IL FIUME E’ COME UNA COLATA DI MALTA.

Alla base della grossa struttura, ancora sulla strada provinciale, Incontro un dipendente AIPO che presidia la zona, ha una casacca a bande fosforescenti e un paio di stivali nuovi di zecca, gli chiedo il permesso di raggiungere la falla da li. Con una una marlboro rossa fra i denti mi indica uno sterrato sotto alla ferrovia sopraelevata, così inizio a farmi strada in mezzo al fango.

Mentre cammino a fatica, faccio una telefonata in redazione per fare il punto sul materiale raccolto, dico di tenere dello spazio, che la situazione è grave.

Arrivato a destinazione, incontro altri giornalisti che aspettano di intervistare un dirigente dell’AIPO circondato da alcuni collaboratori, passo in mezzo ai due gruppetti, lui sorride, io proseguo oltre senza qualificarmi, ho ancora davanti agli occhi i volti delle persone che avevo incontrato prima e non riesco ad essere accogliente verso nessuno; finalmente raggiungo un punto in cui posso vedere il fiume in piena, ha il colore del cemento liquido e puzza di fango, fotografo, e fotografo ancora, senza pensare a niente, come se tutta quell’acqua non esistesse, in quel momento non mi rendevo ancora conto della disastrosa proporzione dell’esondazione, me ne sarei accorto molto presto.

Decido di proseguire lungo l’argine per fotografare la falla, c’è molto fango e io non ho gli stivali, mentre le scarpe affondano nella melma collosa penso almeno due volte di voler tornare indietro perché l’attrezzatura è troppo pesante, ma vado avanti.

Come se fossi al finestrino di un treno a vapore, guardo la campagna trasformarsi in palude e ogni foto che scatto non è abbastanza per trasmettere ciò che vedo.

Finalmente arrivo a destinazione e lo spettacolo che mi si para davanti è sconvolgente, il fiume lascia trasparire tutta la sua inesorabile potenza mentre si riversa sulla pianura.

Sembra di stare sul ponte di una barca che naviga in un mare grigio, un mare di fumo liquido, due ruspe sono al lavoro per cercare di chiudere la falla ma la forza dell’acqua è troppo forte, è una lotta impari fra le macchine costruite dall’uomo e la natura.

Avendo intuito che di li a poco il capo dei lavori mi avrebbe mandato via, scatto alcune foto, e prima di tornare verso l’auto, un pensiero mi attraversa, su quanto sia importante rispettare l’ambiente naturale in cui viviamo.

In questa società talmente presa dal progresso tecnologico e dal sogno alieno di una facile immortalità, sembra che non siamo più in gradi di occuparci del compito che come uomini siamo chiamati ad assolvere verso la natura, essere amorevoli e responsabili.

E’ in momenti come quelli, stando in bilico su un argine rotto, sospeso su un fiume in piena che ti rendi conto di quanto sei piccolo, ma anche della presunzione umana nel voler dominare la vita, una vita che richiede cura, amore, responsabilità.

Una vita di cui si è parte, non padroni.

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