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Diario di un fotografo nell’alluvione del Secchia – 2° parte

alluvione30110RITORNO SULL’ARGINE 

Durante tutta la durata dell’emergenza, non c’è stato giorno che io non abbia trascorso nelle terre dell’alluvione, sia perché mi veniva commissionato, sia perché andavo di mia spontanea volontà.

Cercando di operare il più autonomamente possibile, seguendo il mio metodo, ho speso molte energie per organizzare il lavoro da fare, come quando decisi di tornare sull’argine per cercare le tracce dell’animale su cui è stata scaricata gran parte della responsabilità del suo cedimento: la nutria.

Il Myocastor corpus, meglio conosciuta come nutria, venne introdotta in Italia a partire dall’inizio degli anni settanta per sostituire con la  sua pelliccia quella del più costoso visone.

Quando la moda della pelliccia di “castorino” passò, gli allevamenti, presenti soprattutto nel nord Italia vennero smantellati, liberando una buona parte delle nutrie imprigionate. Fu così che questo grosso roditore, estremamente prolifico e invasivo, si stabilì quasi subito sulle rive dei fiumi e nei canali padani, creando un nuovo habitat naturale dove poter vivere indisturbato, o quasi, fino ad oggi.

Nei giorni successivi alla rottura dell’argine, si apre un vero e proprio nutria gate, dove AIPO scarica parte della responsabilità su nutrie e volpi, in un’interpellanza il Senatore Carlo Giovanardi se la prende con le associazioni animaliste che ostacolano la cattura e l’abbattimento dei pericolosi roditori e su twitter appare l’ironico l’hashtag #colpadellenutrie.

Ma siamo davvero sicuri che sia tutta colpa delle nutrie? Io sono andato a vedere e percorrendo a piedi l’argine per almeno due km sul lato in cui ha ceduto, non ho visto la presenza di nessuna tana.

Le nutrie infatti scavano i tunnel in cui vivono lungo i corsi d’acqua, danneggiando strade di campagna e canali, non sugli argini di contenimento, perché avendo essi la funzione di delimitare le aree di esondazione, generalmente si trovano distanti dalle sponde dei fiumi; la struttura tipo di un argine è trapezoidale, alta anche 4-5 metri dal livello della pianura e spesso è rinforzata con lastre di cemento, mi sembra davvero improbabile che le nutrie possano influire su questi manufatti, naturalmente ci potremmo togliere ogni dubbio attuando un costante controllo e la manutenzione che gli abitanti della zona, dicono non venga fatta.

Oltre a questo va ricordato che ormai da molti anni le provincie seguono autonomamente i piani di controllo ed abbattimento del suddetto animale spendendo in media quattro milioni di euro all’anno.

Chissà se le nutrie sapendo del mio arrivo con tanto di teleobiettivo hanno preferito squagliarsela verso le Maldive, quel che è certo è che come al solito non è colpa di nessuno, o meglio nessuno si è ancora assunto la responsabilità dell’accaduto, neanche un ente come AIPO, i cui dirigenti costano 1,3 milioni di euro.

Se fossimo in un paese normale qualcuno si sarebbe almeno dimesso, se fossimo un paese normale e obiettivo, qualcuno parlerebbe anche del problema climatico. E’ un fatto incontestabile questo, da ormai diversi anni siamo soggetti ad eventi climatici sempre più estremi e distruttivi.

Quanto dovremo ancora aspettare perché si affronti il problema partendo dalle cause, non dal cercare di contenere gli effetti di trombe d’aria, nevicate record, allagamenti e chi più ne ha più ne metta, ops scusate, l’ho fatto di nuovo, sto portando la mia riflessione ad un livello degno del peggior complottista, mi fermo qui, va tutto bene, dobbiamo solo uccidere qualche nutria in più.

GIORNI PASSATI A BASTIGLIA e BOMPORTO.

Non ci sono parole per descrivere l’empatia che ho provato verso le persone colpite dall’alluvione, ma anche il senso di responsabilità che ho sentito, nel trovarmi a fotografare quel tragico evento.

La cosa più difficile è stata sicuramente il conciliare le esigenze della redazione con cui lavoro con le mie; in Italia, paese in cui molto spesso le fotografie hanno la funzione di stare a corredo di un pezzo scritto, sono rari i casi e le realtà giornalistiche in cui un fotoreporter è chiamato a seguire un evento ponendo l’accento sulla sua interpretazione dei fatti.

In un sistema giornalistico pregiudizievole e per di più testo centrico le fotografie sono quindi poste ad avvalorare le tesi di un pezzo scritto a cui il fotografo non partecipa alla realizzazione, non a portare il suo punto di vista.

Il limite di questo sistema di lavoro è di non esprimere al meglio la forza che secondo me caratterizza l’uso delle immagini, un processo creativo di sintesi equanime verso i fatti oggettivi che hai davanti.

Infatti, ogni volta che usiamo la parola per comunicare su un concetto o un particolare evento, non facciamo altro che un tentativo di descrivere un immagine impressa nella nostra mente, ecco perché spesso nascono incomprensioni o si hanno della medesima situazione opinioni contrastanti.

L’uso delle immagini, non è esente da questo processo, poiché l’occhio e il cuore del fotografo sono un filtro in cui la realtà si tinge della nostra nota, ma ha il vantaggio di poter esprimere maggiore oggettività rispetto ad una descrizione orale o scritta.

La fotografia deve quindi, attraverso un processo di indagine sul mondo esterno, avere il fine ultimo della ricerca della verità che è dentro di noi.

Le richieste che sono stato chiamato ad assolvere da parte delle redazioni con cui ho lavorato, si riferivano soprattutto a registrare in modo sommario l’evento, e di fare particolare attenzione al ruolo delle associazioni di volontariato.

Tendenzialmente quando vado a seguire una qualsiasi cosa, non parto mai già con l’idea di quello che voglio trasmettere, ma stavolta avevo deciso praticamente da subito di concentrarmi di più su quello che mi arrivava dalle persone che ho incontrato lungo le strade allagate.

Un aspetto importante del mio lavoro in quei giorni, è stato quello di cercare da far trasparire la dignità di questa gente, che si è trovata a dover tamponare una situazione a dir poco spaventosa.

Per dare un’idea dei danni riportati dalle popolazioni della zona riporto alcuni dati sugli interventi svolti:

Circa 1500 tonnellate di rifiuti solidi smaltiti negli impianti di Hera in cinque giorni, dal 23 al 27 Gennaio, di cui 994 tonnellate provenienti da Bastiglia e 478 tonnellate da Bomporto, 16 tonnellate di rifiuti nelle zone limitrofe a Modena che si vanno ad aggiungere a circa 80 tonnellate depositate nei centri di stoccaggio provvisorio dei comuni di Bastiglia e Bomporto, oltre a questo va calcolata la raccolta di rifiuti nei comuni di Camposanto, San Prospero, Medolla e San Felice e centinaia di interventi idrici e per la pulizia di strade, cortili e fognature con una media di 180 tonnellate di fanghi liquidi smaltiti.

In un contesto come questo, un cronista, ma soprattutto un fotografo, deve scontrarsi con le difficoltà dell’ambiente in cui è immerso, e fare molta attenzione a non essere inopportuno.

Quando sei davanti ad una persona che ha perso tutto e ti fermi ad osservarlo prima di fotografarlo non puoi fare solo un ragionamento estetico, devi saper aspettare che esca in lui ciò che è più vicino al suo spirito in quel momento.

Devi vivere quei momenti, sentirli dentro, respirarli, solo così puoi dare a chi vedrà le tue foto o leggerà il tuo articolo una visione fedele di ciò che è accaduto.

Io ho cercato di farlo, aggirando posti di blocco, fingendomi un residente, arrampicandomi su argini, mangiando un panino mentre mi spostavo in fretta e furia da un posto all’altro in quello che sembrava un labirinto di campi allagati, un dedalo surreale in cui il cielo si riflette sull’acqua facendoti perdere il senso dell’orientamento.

Le persone che ho incontrato sono straordinarie, vorrei citarle tutte ma sono troppe, e ognuno di loro mi ha raccontato un pezzo della sua vita attraverso i ricordi che gli oggetti perduti facevano riaffiorare in quegli istanti.

Spero che il mio lavoro possa servire, ma soprattutto spero che possa trasmettere alle persone che vedranno le mie fotografie un messaggio diverso da un semplice elenco di dati o dalla spettacolarizzazione tipica di chi opera mediaticamente manipolando realtà e sentimenti.

Spero che possa essere la prova che l’unione non è un concetto utopico.

Quante cose cambierebbero se fossimo in grado di unirci anche al di la degli eventi calamitosi che ci colpiscono, uniti come esseri umani nella vita, uniti alla vita.

Mentre lascio la bassa ripenso ad una fotografia di mio nonno che tengo sempre con me, è una piccola foto di gruppo scattata in un campo di concentramento tedesco nel 1944, i soldati nella foto sono coperti di cenci ma sorridono e si stringono in un abbraccio fraterno, sul retro c’è scritto in corsivo, siamo Emiliani.

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