Alimentazione & Stile di vita

In sospensione tra la vita e la morte

imagesNé vivi né morti per ben due ore, dieci pazienti con ferite gravissime da coltello o arma da fuoco, una volta arrivati in ospedale, saranno posti in una condizione definita tecnicamente “animazione sospesa“, per poi riattivare in seguito le loro funzioni vitali.

Questa tecnica servirà a guadagnare tempo prezioso negli interventi urgenti, almeno questa è l’opinione del dottor Samuel Tisherman, alle prese con una sperimentazione messa in pratica al Presbyterian Hospital UPMC di Pittsburgh.

Il professore, racconta a repubblica.it della sua esperienza ventennale acquisita nel lavorare al pronto soccorso, ritenendo che con questa tecnica avrebbe potuto salvare molte persone, se solo avesse avuto il tempo di controllare le loro perdite di sangue, per poi operarli. Infatti, bastano pochi minuti per creare danni irreversibili, quando al cervello non arriva abbastanza plasma.

La tecnica consiste in un drenaggio completo del sangue, che sarà sostituito da una soluzione salina fredda. Questo liquido iniettato nelle loro vene dovrebbe abbassarne rapidamente la temperatura, fino a circa 10 gradi, e fermare così quasi completamente le loro attività cellulari, incluse quelle cerebrali.

Dunque a questo punto nessun battito di cuore, nessun respiro, nessun pensiero, e per centoventi minuti i pazienti potranno essere definiti clinicamente morti, ma la certezza che tutto questo accada senza pericoli è tutta da verificare.

A temperature più basse invece le cellule richiedono meno ossigeno per sopravvivere, perché le reazioni chimiche al loro interno rallentano. Questo spiega ad esempio il motivo per cui alcune persone salvate dall’annegamento in laghi ghiacciati a volte possono essere rianimate dopo più di mezz’ora senza respirare.

“Se riusciremo a consolidare questo metodo potrebbe essere adottato da altri trauma center”, conclude Tisherman, “inoltre una volta perfezionata anche la strumentazione e i fluidi utilizzati magari saremo in grado di usarlo anche fuori dagli ospedali e l’Esercito americano potrebbe essere interessato”.

Non mi piace l’idea di iniettare un liquido salino freddo di chissà quale composizione, andando in ogni caso a creare delle modificazioni difficilmente prevedibili e controllabili. Tutto nasce, come sempre, da intenti apparentemente sani, come la medicina ci insegna, peccato che tutto questo poi passi attraverso l’ignoranza umana che, come un apprendista stregone, non sappia più controllare gli elementi messi a sua disposizione.

Non voglio dire che tutto è inefficace e dannoso, ma è sotto gli occhi di tutti una medicina che pensa di più al profitto che non alla salute del cittadino. A rendere il tutto ancora meno rassicurante è l’interesse dell’Esercito americano nei confronti di questa tecnica.

Quando le forze armate si mettono di mezzo, quasi mai ne nasce qualcosa di buono, e l’utilizzo di determinati strumenti, di cui noi conosciamo solo la punta dell’iceberg, non è certamente tranquillizzante.

Vorrei conoscere l’esatta composizione di quel liquido e gli effetti collaterali che produrrà, i quali passeranno naturalmente in secondo piano di fronte alla necessità di salvare una vita umana. Ma il fine giustifica sempre i mezzi? Vedremo, ai posteri l’ardua sentenza.

Se penso a tutto quello che viene sversato nel corpo umano per una presunta guarigione, per esempio i vaccini, questa tecnica ha in sé elementi preoccupanti. Siamo in ambito da fantascienza, e tutto questo potrà solleticare la fantasia di chi auspica l’immortalità, ma ritengo che per vivere non si debba alimentare un accanimento terapeutico.

L’argomento è complesso, ritenendo che rimanere umani, anche se di questi tempi pare controproducente, sia ancora un bel modo di vivere, ma anche di morire. Tutti vogliono allungare la vita, pochi si preoccupano di migliorarne la qualità.

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